Questa particolare tecnica di lavorazione della ceramica, è il risultato di una lunga incubazione di stili asiatici (cinese prima, VI e IX secolo d.C., e araba e persiana poi, X e XIV secolo d.C.).
Vi sono comunque frequenti apparizioni anche in Grecia, nelle isole dell’Egeo e sul litorale Adriatico, già nel periodo compreso tra l’Alto e il Basso Medioevo (X-XIV secolo).
Dal XII al XIII secolo la ceramica graffita, in particolare bacili e ciotole, viene utilizzata per scopi puramente ornamentali sulle facciate e lungo le cornici sottotetto delle fiancate delle chiese oltre che nelle campate dei campanili Romanici.
Nel XIV secolo, questo genere di ceramica viene impiegata anche come stoviglieria in alcune regioni settentrionali dell’Italia e, in particolare, nel versante Adriatico.
Il corso del Po e dei suoi affluenti, usati per scopi militari e mercantili, hanno determinato il diffondersi della ceramica graffita soprattutto nell’Italia settentrionale a partire dal Piemonte e Liguria, concentrando il Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna le maggiori produzioni di questi manufatti.
Presenza di ceramica graffita, si trova anche in Puglia, Calabria, e, nell’Italia centrale, in Lazio, Umbria, Toscana e Marche, anche se viene prodotta in misura minore rispetto al nord Italia. In queste regioni infatti, la produzione principale è la maiolica stannifera.
Le argille della Valle Padana, più rossastre, solide e compatte, rispetto a quelle friabili e giallastre adatta alla forgiatura della maiolica stannifera, si prestano maggiormente all’utilizzo degli ossidi metallici di base (rame, ferro e piombo) e sono più idonee a sopportare le incisioni scavate nella materia prima, che solo parzialmente vengono attenuate da un sottile strato di ingobbio.